Charlie Hebdo, quasi un anno dopo.

tutto perdonatoQuesta settimana il presidente ha levato il banner che listava a lutto il nostro sito. Comparso poco dopo la strage del 7 gennaio 2015 era rimasto lì, ad accogliere tutti i nostri lettori e noi, ogni volta che capitavamo in home page. Credo di aver pensato a quei fatti, più o meno direttamente, ogni giorno da quando sono successi. Solo da poco mi sono scoperto a doverli ricordare, e non a sentirne la presenza.
La strage degli autori di Charlie Hebdo è stato senza alcun dubbio il fatto di cronaca che ha avuto l’impatto più forte sulla mia vita. Ricordo il momento della scoperta, l’impressione fosse un meraviglioso scherzo di cattivissimo gusto, il dover ricredermi. I colpi che hanno portato via quegli autori, che non avvoltoioconoscevo personalmente e di cui conoscevo il lavoro in maniera marginale, li ho sentiti fischiare e esplodere a un metro da me. La comunità internazionale dei fumettisti sconvolta, che riversava sfoghi più o meno consapevoli, nella mia home page di FB. E poi, poco dopo, l’assurda pretesa di molti di giudicare i fatti attraverso la liceità delle opere di quegli autori. Mi sono sentito in guerra: disperato, atterrito, furioso. Sono dovuto rimanere a casa un paio di giorni, dopo aver attaccato briga con tutte le persone che secondo me non capivano il punto della questione, o che semplicemente si sono trovate a parlarmi nel momento sbagliato.
L’orrore e lo smarrimento, mentre tutto era normale fuori dal nostro giro: una notizia tremenda certo, ma distante, un’occasione di riflessione o strumentalizzazione, come qualsiasi notizia. Io sentivo un dolore vicino, inevitabile, il dolore che pensavo di poter provare solo per affetti familiari, amicali. Le telefonate ancora più lunghe del solito con Sam e Checco, gli sfoghi crudeli che abbiamo provato a buttare giù con tutti i mammaiuti, le questioni di principio. Non siamo un sito di satira, non sono un autore di satira, di certo non quella legata all’attualità. Ma l’attualità non era più, in quei giorni, il flusso inarrestabile di notizie che cerco di ignorare, era il racconto della distruzione di una redazione. Come Checco mi ha ricordato a Lucca pochi giorni fa, noi siamo una redazione. Non ho bisogno di immaginare la stupidità creatrice, le litigate, gli scherzi, le bevute, l’affetto che forma una redazione di fumettisti che si sono scelti: so esattamente cosa vuol dire. Il pensiero di perdere fisicamente quella possibilità di confronto e protezione, quel luogo di democrazia diretta e libertà, quel nucleo nel quale costruire la propria storia prima di uscire per strada, mi atterrisce anche in questo momento. Sono ancora spaventato, ma non più arrabbiato.
Io vivo, da che ho memoria, con la sensazione fisica di abitare nel territorio della narrazione, dell’immagine e della parola. Sento che questo territorio ha bisogno di essere coltivato fino ai suoi margini, per far si che i tabù di cui è disseminato non riducano gradualmente lo spettro del dicibile. Tutte le persone che portano alle estreme conseguenze le possibilità del linguaggio, che siano stand-up comedian, vignettisti satirici o un tipo sull’autobus che fa una battuta inconsueta, sono avamposti che mi permettono di coltivare tranquillo il mio orto di idee, senza dover necessariamente esplorare i campi minati della coscienza collettiva. Quelle persone ogni giorno si preoccupavano di allargare e mantenere ampio il perimetro della gabbia, e sono state uccise. La sensazione guerriera di quei giorni, di dover prendere il loro posto come una seconda linea pronta all’azione, è stata sostituita in questo testo da una metafora agricola. Spero di poter continuare a coltivare e far crescere le mie idee, e quelle degli amici.checco fiori del male 1
So che inevitabilmente qualcuno continuerà a coltivare il frutto della conoscenza e del peccato perché è quello che fa l’umanità per sua natura: superare i limiti imposti. Io continuerò a nutrirmene. Non voglio combattere, non voglio resistere, non voglio fare strategie. Lascio le armi, metaforiche e non, a chi non ha immaginazione.
Cavalco una lavatrice volante, con ali di cartone lunghe due chilometri. Ho una zappa su una spalla, un cassone pieno di concime al traino. Ogni tanto parte la centrifuga, il velivolo beccheggia, e un po’ di merda casca in testa agli eserciti sotto di noi. I pochi che se ne accorgono, alzano lo sguardo, ridono, escono dalle trincee, e camminano sorridenti e illesi in mezzo alle pallottole, verso casa. It’s just a ride, e chi ce lo ricorda ogni tanto viene ucciso.

Non siamo bravi con le ricorrenze, come testimonia la nostra incapacità di festeggiare anche solo il compleanno del sito, e sono felice che anche questa fine del lutto arrivi ora, spontanea come la permanenza del lutto, e non allo scadere del primo anno. Forse il caso ha voluto che questi mesi fossero tra i meno intensi delle nostre pubblicazioni on line, forse no. Ora siamo ripartiti con serie nuove, autori nuovi, un entusiasmo caricato da una Lucca piacevole, divertente, dove ci siamo trovati particolarmente complici. Pronti a discutere con una serietà demenziale su questioni marginali e ridere di tutto. It’s just a ride.