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Cave Canem #10

Loro lo sanno: stanno lì, appiccicati come sardine, con il tutto il tempo del mondo a loro disposizione, e lo sanno, stanne certo. Lo sanno quando sta per aprirsi il sacchetto, scricchiolando come un masso che si sgretola sotto il peso di altre rocce; lo sanno che vedranno la tua mano far capolino, entrare, esplorare in cerca del più appetitoso fra di loro, quello messo meglio, quello perfetto; lo sanno, e smettono all’istante di sussurrarsi le loro briciole d’inganno, poi si lasciano afferrare con maestosa dignità, frementi d’impazienza. 

All’aria aperta, nel tragitto dal sacchetto alle tue labbra, stretti tra le tue dita, già sghignazzano aspettando il momento adatto: poi zac, si spezzano, un attimo prima di entrare fra i tuoi denti, cadono dritti nella tazza di latte caldo e la goccia più grossa e cattiva, quasi si fosse accordata col farinaceo truffatore, ti si schianta nell’incavo tra mento e labbro inferiore, provocando un’inquietudine mattutina che difficilmente le tue bestemmie sottovoce terranno a bada. 

Alla fine si arrendono tutti, uno per uno, dopo un’estenuante guerra di logoramento: ma che io sia dannato se non li puoi sentire che ridono, mentre ti rotolano nel gargarozzo. 

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