Stati di agitazione.

Sabato scorso eravamo a Milano ospiti di Bricòla, il festival delle autoproduzioni organizzato da WOW. Alle 11.30 ho partecipato a un incontro sulle autoproduzioni e il loro rapporto con il web. È andato tutto bene fino a quando sul finire dell’incontro ho iniziato ad agitarmi sentendo un fastidio. Un sibilo latente che si alza quando mi trovo a parlare di quello che è successo in relazione ai fatti di Charlie Hebdo, e del libro di vignette successivamente pubblicato dal Corriere della Sera. Era evidentemente un problema mio. Il clima era pacifico, di ascolto silenzioso. Ho iniziato il discorso per poi chiuderlo velocemente. Ho aspettato più di un anno per scrivere qualcosa, sperando di poter epurare la mia visione da tutta la rabbia che mi portavo dentro. A distanza di un anno non è passata. Anzi. Percepisco ancora una tendenza diffusa nel mescolare cause e effetti, concetti e intenzioni dei protagonisti di questa vicenda. Ogni qualvolta qualcuno fa dichiarazioni sulla vicenda, il sibilo si riattiva. Riprendo qui il discorso iniziato al Bricòla provando ad analizzare le cose in modo lineare, delimitando confini e comparti stagni.

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Fase 1. Dopo l’attentato a Charlie Hebdo internet si popola di messaggi di affetto da parte di fumettisti di tutto il mondo. Inizia contestualmente un’analisi del come e perché ci fosse bisogno di tutto questo affetto. Si cerca di comporre certificati su chi è degno di poter produrre e condividere un omaggio, e chi non lo è. Si cerca tra gli autori quelli che attraverso i tributi tentano di ritagliarsi scampoli di visibilità. Ci si domanda dove fossero questi autori quando altri atroci attentati venivano resi pubblici, e non onorati da vignette e disegni. Ognuno può giudicare la cosa in base alla propria visione della vita. Nella mia visione la vicinanza è addirittura auspicabile. In questa prima fase mi hanno chiesto di piangere allo stesso modo per altre vittime. Ho visto passare su facebook i pareggi di bilancio con altre morti, e non ho pianto una lacrima. Mi dispiace. Mi sono sentito in colpa. Perché non provo lo stesso dolore per le vittime di altri attentati? Per capirlo cerco di portare la questione in un ordine paesano, vicino, dove conosco i volti delle persone coinvolte. Mi rendo conto che mi era richiesto di provare il medesimo dolore per la morte di mia nonna e della vicina del piano di sopra. Per mia nonna piango. Per la vicina mi dispiace. Vedendo il manifesto funebre di uno sconosciuto non provo niente. A meno che non mi venga richiesto di inserire “l’ipocrisia” all’interno del paradigma per sentirmi salvo dai giudizi. Comunque sia, qui si chiude la Fase 1.

La Fase 2 inizia quando il gruppo editoriale RCS, attraverso il Corriere della Sera, produce un libro scaricando le vignette dal web e impaginandole frettolosamente. Prima però censura le vignette dai contenuti spiacevoli per il pubblico di riferimento. Vogliono che il libro simboleggi la libertà di stampa. Inoltre gli introiti verranno devoluti in beneficenza a Charlie Hebdo. Per quanto mi riguarda ho tutti gli indizi in mano per dire che il Caso è chiuso. Un’operazione necrofaga che emula la velocità empatica dei tributi apparsi spontaneamente sui social, svuotandoli di qualsiasi senso. Le immagini affastellate in quell’albo rimandano solo alla morte. Non è rimasto nulla del vitale brulicare dei tributi sui social network. Fare un libro dovrebbe essere una pratica ponderata e dovrebbero essere gli editori a ricordarcelo, ma tant’è.
Se odio il come è stato fatto odio forse di più il finto motivo: fare beneficenza. La beneficenza è quella pratica economica che serve a deresponsabilizzare gli attori coinvolti. La beneficenza per me simboleggia il fallimento degli stati democratici in cui viviamo e in cui paghiamo le tasse. Ma se ritieni giusto fare beneficenza, cerca di tenere a mente che le persone a cui vuoi dare i soldi dovrebbero essere povere, e vive. E i soldi dovrebbero essere tuoi. Qui si chiude la fase 2.

E arriviamo alla fase 3.
Alcuni artisti, che a loro insaputa si sono ritrovati in distribuzione in tutta Italia tra edicole, fumetterie e librerie di varia, intentano un’azione legale contro il Corriere della Sera chiedendo un risarcimento. Azione che valuto estremamente positiva e che va a buon fine. La cosa triste sono le conclusioni illogiche che ho sentito su cosa dovrebbero fare gli artisti di questi soldi. Ho sentito alcuni consigliare di darli in beneficenza. Qui oltre al giudizio di cui sopra potrei aggiungere: a chi? Per fare cosa? Si è avanzata l’idea che questi soldi non sarebbe giusto riceverli. Si è creato una specie di gorgo che ha mescolato tutto. Dovrei pensare che i potenziali soldi del risarcimento del Corriere sono macchiati di sangue? Dovrei pensare ai fumettisti che chiedono un risarcimento come corresponsabili della strage? O forse ad un complotto nel quale i fumettisti, sicuri di farsi rubare le vignette dal corriere, ne avrebbero prodotte a raffica per poi farsi risarcire e speculare così sulla strage di Charlie Hebdo? Torno a riportare le cose vicine. Provo con la metafora di quartiere a schiarirmi le idee. Muore lo zio Poldo. Colgo un mazzo dei gigli che coltivo nel mio giardino e lo appoggio fuori dalla porta della famiglia. Parenti, amici e comari di quartiere giudicheranno il mio gesto. Qualcuno penserà che la famiglia di Poldo possa essere contenta di sapermi vicino. Qualcuno che i fiori sono un modo per aggiudicarmi scampoli di eredità. Altri diranno che non sono stato tanto presente con Poldo durante la malattia e che quindi non mi dovevo permettere di mettere i fiori, con che coraggio poi. Qualcuno dirà che Poldo se le cercava, e meno male che è morto. Ci sarà qualcuno che valuterà la qualità dei fiori, e così via… Il più classico dei processi alle intenzioni. Una pratica “naturale”, libera e forse inevitabile. La verità è che nessuno può sapere il motivo profondo per cui mi sono alzato in piedi, ho colto dei fiori dal mio giardino e mi sono fatto un pezzo di strada per metterli davanti alla porta dello zio. Forse, a dirla tutta, il vero motivo non lo so nemmeno io. Quello che so per certo è cosa è successo dopo: passa il fioraio del quartiere, si prende i fiori e li rivende come decorazioni per il funerale. Posso essere disgustato dalle intenzioni del fioraio, per aver travisato e strumentalizzato il mio gesto? O devo sentirmi responsabile per la morte dello zio? Chiedo al fioraio di risarcirmi. Chiedo il risarcimento perché il ladro di fiori è il fioraio, non per il furto. Se i fiori li avesse rubati un innamorato indigente per regalarli alla luce dei suoi occhi, gli avrei augurato una relazione lunga e felice.

Parlare di soldi è sempre un casino. Soprattutto in questo paese che allarga il senso di colpa oltre i confini religiosi. Il denaro è un’invenzione. Muta di significato in base al contesto nel quale viene discusso. In questo specifico caso il denaro è un linguaggio. L’unico linguaggio che un colosso editoriale come RCS può percepire come reale. Sono sicuro che non gli costerà nulla, in termini economici, tirare fuori questi soldi. Ma il fastidio, quello penso arrivi. Vedere un segno meno non preventivato in Partita Doppia forse produrrà un post-it con scritto «Quanto c’è costato ‘sto scherzetto? / Rivedere politiche di acquisizione dei contenuti, magari lisciando e interpellando gli autori prima dell’uscita del libro.»

Auguro agli artisti di spendere i soldi, tutti fino all’ultimo centesimo, senza il minimo senso di colpa. Gli auguro che siano abbastanza per coprire qualche debito. Nella speranza che diventi pratica comune di fronte a casi simili. E auguro agli editori arroganti di sentire un sibilo latente, che si acuisca ogni volta che valutano se lucrare su opere che non hanno pagato, e di cui non capiscono il significato.